Parlando di blu-whale

Parlando di blu-whale

Cosa fa uno psicologo?

Il fenomeno Blue Whale

“Di cosa parliamo oggi?”
“Perché non parliamo di Blue Whale?” Sempre un passo avanti a me i ragazzi… Da diversi anni mi occupo per il Centro per le famiglie di Ponente, di un progetto a Bobbio che consiste, in estrema sintesi, nel condurre un gruppo con ragazzi dai 15 ai 19 anni.
In uno degli incontri che abbiamo fatto (sarà stato marzo), mi propongono così di parlare del fenomeno “Blue Whale”. Mi spiegano che si tratta di un “gioco” della rete nato in Russia, tale per cui il giocatore (un ragazzo solitamente tra i 13 e i 17 anni) viene contattato in rete e invitato a “giocare” tramite gruppi appositi o anche direttamente via chat, e affidato ad un “curatore”, che propone delle prove da superare che si vanno configurando in un percorso autolesionistico e di privazioni che dura 50 giorni. Al 50 giorno verrebbe imposto al ragazzo di suicidarsi. Secondo alcuni si tratterebbe di una leggenda metropolitana.

Il punto di vista dei ragazzi

Al di là della verità o meno su questo fenomeno, a me è sembrato molto interessante ascoltare il punto di vista dei ragazzi. La maggior parte di loro era d’accordo con il principio che non è tanto “il gioco” che cerca il ragazzo, quanto il ragazzo che cerca “il gioco”. Mi spiego meglio: la maggior parte dei ragazzi presenti sosteneva la tesi che non fosse tanto il gioco a portare al suicidio, quanto ragazzi già fragili o in difficoltà ad essere attratti da questo tipo di proposte (è lo stesso principio delle cattive compagnie: sono i ragazzi a scegliere “le cattive compagnie” e non viceversa!).

fenomeno blu whale

Una definizione

Appartenenza

“Ok, sono ragazzi in difficoltà, ma secondo voi cosa cercano nella rete? Voi cosa cercate?” Non è una domanda facile, ne sono consapevole. Per loro avere accesso alla rete è un gesto talmente “naturale” e quotidiano che questa domanda li lascia un attimo in silenzio. I social ti permettono di restare in contatto con gli altri, ma anche di non restare esclusi, se tutti parlano di qualcosa tu devi essere informato altrimenti sei fuori. Questo lo capisco benissimo, quando tutte le mie compagne di classe delle elementari non parlavano altro che di Kiss me Licia e dei Bee Hive (che io non potevo vedere perché trasmesso in contemporanea con il telegiornale), ho pensato che la mia vita sociale era finita!

Identità

“Cosa li attira verso questo “gioco”? Forse a noi adulti sembra assolutamente insensato che un ragazzo venga attirato da una simile proposta, in realtà un’esperienza di questo tipo risulta molto attraente per un ragazzo già in difficoltà, soprattutto ora che la Blue Whale ha ottenuto una così grande risonanza mediatica. Innanzitutto sei “un prescelto e non più uno sfigato che passa ore al computer perché nessun amico lo invita ad uscire, poi entri a far parte di una comunità, i “giocatori di Blue Whale” e questo ti dà un’appartenenza, finalmente sei qualcuno, non sei più figlio, amico, studente… diventi un “giocatore”. Queste sono tutte motivazioni molto forti per un ragazzo alla disperata ricerca di un’identità.

Solidarietà

Mi è molto piaciuto invece l’atteggiamento di alcune ragazze che si sono chieste cosa possono fare per aiutare qualche coetaneo in difficoltà. Sicuramente dare più attenzione agli altri è una risorsa importante per tutti, e aiuta loro a trovare una propria identità (positiva e non autodistruttiva!).

Il punto di vista degli adulti

E come reagiamo noi adulti? Se leggiamo i tanti articoli che sono stati scritti su questo argomento vediamo che da una parte si addita il mostro cattivo responsabile di tanta tragedia, all’estremo opposto si minimizza parlando di bufala metropolitana; in un caso come nell’altro allontaniamo da noi ogni responsabilità e coinvolgimento.

E se provassimo invece tutti a raccogliere la sfida tentando, nel nostro piccolo, di trasmettere SPERANZA?
I genitori cosa possono fare? Io penso che un genitore debba cercare di essere informato su questi fenomeni, ma ancora di più deve conoscere il proprio figlio. È importante essere attenti ai cambiamenti, ai segnali di disagio (ad esempio cambio drastico di abitudini, isolamento sociale, o sintomi molto più evidenti come tagli sulle braccia o sulle gambe), e se qualcosa ci allarma rompiamo le scatole, facciamoci dire cosa sta succedendo, facciamo sentire la nostra PRESENZA, anche se difficile, anche se qualche volta questo ci potrà portare allo scontro.
Non credo ci siano altre strade che coltivare la COMUNICAZIONE (anche ascoltando) e nutrire l’AUTOSTIMA, nostra e dei nostri figli.

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Chi sono

Psicologa psicoterapeuta a Piacenza. Mi occupo di consulenze genitoriali e di adolescenti, di terapie familiari e di coppia.

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